Anche i farmacisti bergamaschi sul piede di guerra contro le liberalizzazioni del governo Monti. I 270 titolari che rappresentano la categoria provinciale si riuniranno in assemblea domani sera nella sede CTF Group di Lallio (ex Cotifa) per organizzare in concreto le modalità di esecuzione della prima giornata di protesta, di fatto già deliberata per mercoledì prossimo 1 febbraio. Secondo Giovanni Petrosillo, presidente di Federfarma, l’adesione sarà pressochè totale, con l’eccezione delle farmacie di turno - una trentina - che sono da considerare precettate, trattandosi di un servizio pubblico. Potrebbero rimanere aperte anche le farmacie comunali. «Voglio sottolineare che facciamo sciopero per difendere il servizio - dichiara il presidente provinciale Petrosillo, titolare della farmacia di Lurano - noi vogliamo nuove aperture, ma non siamo in grado di sopportarne così tante come previsto dal decreto Monti, che aumenterebbe del 50% l’attuale consistenza». Cifre alla mano, Federfarma Bergamo si aspetta minimo 120 nuove licenze a livello provinciale, delle 270 oggi presenti: in città sette o otto in più, il raddoppio dell’attuale presenza unica nei centri fino a 4.000 abitanti e la terza apertura dove si superano i 10.000 abitanti. «E fin qui ci siamo - commenta Petrosillo - nel senso che questa situazione può essere sostenuta abbastanza tranquillamente: ma nei piccoli centri? Nelle Valli? Lì sarà il cittadino ad avere problemi, quando gli chiuderà l’unico presidio sanitario del territorio, costringendolo a spostamenti chilometrici per una medicina». Il presidente insiste sulle piccole comunità: «Nel decreto Monti c’è anche una norma sullo stipendio del titolare di farmacia in un centro sotto i mille abitanti - dichiara - che deve essere pagato una volta e mezza gli altri farmacisti, appunto per compensare il minore bacino d’utenza. Chiaramente, si verrà a creare un’enorme disparità con un’altra farmacia che ha 1.001 abitanti». I farmacisti «chiedono un urgente intervento del Parlamento perché siano introdotte modifiche al provvedimento che si presenta incoerente e contrario allo svolgimento regolare del servizio farmaceutico», scrive Federfarma nel comunicato nazionale diramato venerdì scorso. Dopo l’approvazione del governo, si guarda al Parlamento. La richiesta sul tavolo rimane la stessa: portare il quorum per le nuove licenze da 3mila abitanti, come stabilisce il decreto Monti, a 4mila abitanti. Questa la prima modifica a cui sarebbe chiamato il Parlamento.
Se le proiezioni di Federfarma sono giuste, alle 270 licenze attuali se ne sommerebbero altre 170, portando la consistenza a quota 390 farmacia in provincia: un dato variabile, che va tarato in rapporto alle zone rurali e ai centri dello shopping dove possono sorgerne di nuove. Fatto sta che se si rapporta la popolazione dell’intera provincia 1,15 milioni di abitanti) al numero delle licenze, emerge che c’è una licenza circa ogni 2.900 abitanti. Dunque la liberalizzazione sarebbe leggermente maggiore di quella una farmacia ogni 3mila abitanti. Il dato non è comunque omogeneo, e la media non restituisce la fotografia del territorio. Il sovrappiù di licenze infatti non riguardano allo stesso modo l’hinterland cittadino e il resto del territorio, sopratutto nelle aree di Montagna.
Serrata delle farmacie, quindi. Eppure il capitolo apparentemente più indigesto, quello riguardante la libera vendita dei farmaci in fascia C (ricetta bianca a totale carico del cittadino) fuori dalle farmacie era stato abolito dal Ministro per la salute Renato Balduzzi. Per molti cittadini si è trattato di una vittoria della «casta dei farmacisti» che tanto aveva protestato per questa eventualità. Eppure lo sciopero è confermato. Il decreto prevede l’apertura di circa 5.000 nuove farmacie seguite a un grande concorso straordinario a cui potranno accedere tutti i farmacisti non titolari, quindi nuove licenze. Previsti anche «poteri sostitutivi del governo nel caso in cui i tempi del decreto per l’ampliamento della pianta organica delle farmacie non dovessero essere rispettati». Il decreto stabilisce inoltre orari più ampli per l’apertura degli esercizi di vendita, lo sconto anche per farmaci in fascia A (ricetta rossa) se pagati direttamente dal cittadino (a volte effettivamente il medicinale costa meno del ticket – partecipazione alle spese con il SSN) e incentivi per coprire la carenza di farmacie nei piccoli centri locali. Di particolare interesse per i consumatori anche una norma atta a promuovere l’utilizzo dei farmaci generici. Il medico dovrà indicare sulla prescrizione la dicitura «sostituibile con equivalente generico», o «non sostituibile», e in mancanza di questa il farmacista sarà tenuto a fornire il prodotto equivalente e più economico, a meno che non ci sia esplicita richiesta del paziente. Il tutto non è piaciuto neppure ai rappresentanti delle parafarmacie, che se avevano brindato all’acquisizione della vendita dei farmaci in fascia C, ora negata, con altre nuove 5.000 licenze rischiano di chiudere i battenti definitivamente. La situazione è veramente complicata. Da qui lo sciopero.
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